COS'E' LA PSICOMOTRICITA'

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Indice
COS'E' LA PSICOMOTRICITA'
CHI E' LO PSICOMOTRICISTA
Impugnatura scorretta
TERAPIA PRECOCE
La disgragfia
il trattamento della disgrafia
PSICOMOTRICITA' E SINDROME DI RETT
IL GIOCO
MOTIVAZIONE AD APPRENDERE
Tutte le pagine

La psicomotricità è una disciplina che prende in considerazione l’uomo nella sua globalità ed il suo obiettivo principale può essere identificato nel consentire un’integrazione armonica degli aspetti motori, funzionali, affettivi, relazionali e cognitivi.

Nata all’interno dell’ambito medico (neuropsichiatrico), la psicomotricità affida un ruolo preminente al corpo, al movimento e all’azione considerati gli elementi fondamentali per apprendere e operare sulla realtà ed in relazione costante e significativa con l’ambiente. In particolare, valorizza il corpo in movimento, con le sue specifiche modalità d’espressione ed il suo linguaggio. Attraverso esso, il suo agire e il suo relazionarsi, l’individuo esprime la propria identità, i suoi bisogni e le sue difficoltà. Il corpo in psicomotricità è inteso, dunque, come soggetto di azione e di relazione con il mondo e, per questo, è importante favorire la sua espressione canalizzando in modo consapevole e mirato le risorse e gli stimoli spontanei dell’individuo nel corso del suo sviluppo evolutivo. Tale sviluppo è unitario, essendovi una stretta relazione fra motricità e intelligenza e fra azione e pensiero: è con il corpo e le sue realizzazioni motorie che l’individuo struttura il suo Io e acquisisce la sua autonomia; ed è sempre attraverso il corpo che soprattutto il bambino, ma anche l’adulto,  esprime i propri desideri e bisogni.

La stretta relazione fra corpo e mente, valida soprattutto nel bambino, ma non solo, chiarisce come sia proprio attraverso l’agire corporeo, con tutte le sue modalità espressive e comunicative non verbali, che i soggetti pensano, imparano, creano e si relazionano. Ecco che la psicomotricità riguarda l’uomo nella sua totalità, nel suo rapporto con se stesso e con l’ambiente. Per questi motivi, essa si applica sia a livello individuale che di gruppo e in qualsiasi stadio: età evolutiva, età adulta, anziano. L’intervento psicomotorio si presenta come un mezzo per favorire e migliorare le risorse dell’individuo, le sue potenzialità e per creare un’armonia ed una presa di consapevolezza delle capacità, oltre che dei limiti di ciascun soggetto. La presa in carico psicomotoria mira a mobilizzare e potenziare ogni possibile risorsa della persona e del suo contesto, oltre che intervenire sul sintomo, sul disagio o sul deficit nel rapporto con l’individuo, gli oggetti e gli altri. Altro ambito di applicazione della psicomotricità è quello preventivo-educativo che si realizza soprattutto in gruppo. In questo caso, l’obiettivo è quello di prevenire o di evidenziare eventuali problematiche latenti o a rischio e di favorire, attraverso il lavoro nel gruppo, lo sviluppo del soggetto nella sua totalità e interdipendenza fra agire, pensare, comunicare, sentire, percepire.

L’intervento psicomotorio, a qualunque livello appartenga, va dunque interpretato secondo il parametro della qualità, del benessere, del miglioramento conseguito globalmente dall’individuo, dove il movimento agevola anche la comunicazione e la relazione con l’ambiente che lo circonda. Ecco che, dunque, l’intervento potrà mirare ad integrare tra loro diverse componenti:

  • La  componente dell'organizzazione dell'attiv ità motoria che si sviluppa nel bambino secondo tappe predeterminate (il tono muscolare, l’equilibrio, la coordinazione dei movimenti ),  che si evolve nel cor so dell’infanzia fino a stabilizzarsi alla soglia dell’adolescenza e che va gradualmente a deteriorarsi con l’avanzare dell’età e a determinare alcune disabilità quali, ad esempio, goffaggine, difficoltà nel mantenimento dell’equilibrio o nella lateralizzazione.
  • La componente emotiva che si manifesta nell’espressione corporea della persona, nel proprio vissuto corporeo, che si esterna nel linguaggio non verbale (stato tonico, tipo di postura, di gestualità, autopresentazione, ossia il modo di atteggiarsi)  e che comprende i fattori determinanti della modalità di comunicazione sociale di ciascun individuo. I problemi relativi a questa sfera riguardano, ad esempio, l’inibizione psicomotoria, alcune forme di maldestrezze, l’alterazione della percezione del proprio corpo, stati di tensione, depressione…
  • La componente cognitiva. Questa componente entra in gioco quando il movimento richiede una programmazione intenzionale dell’ordine della sequenza di singoli movimenti da compiere in funzione di uno scopo fissato in partenza e del loro controllo cosciente durante la loro esecuzione. Si tratta di un insieme di azioni definite prassie. Le difficoltà prassiche si possono manifestare nella pianificazione di un’azione o sequenza motoria, nella riproduzione di modelli (imitazione) o anche nell’esecuzione delle attività manuali del quotidiano (vestirsi, cucinare,…). L’intervento psicomotorio permette, pertanto, di intervenire, migliorare e potenziare un’ampia gamma abilità e competenze quali la respirazione, l’equilibrio, la percezione del proprio corpo, la lateralizzazione. Parallelamente alle ricerche neuropsichiatriche, fino ai giorni nostri si sono creati diversi metodi educativi e terapeutico - riabilitativi rivolti sia al bambino che all’adulto. Le tecniche maggiormente in uso vanno dalla ginnastica a corpo libero e con attrezzi, la ritmica, alcune forme di rilassamento e di massaggio, il dialogo tonico, il gioco motorio e il gioco simbolico, l’espressione corporea e la drammatizzazione, l’espressione grafica, agli esercizi di percezione del corpo, di percezione spaziale e di organizzazione delle azioni finalizzate


    LA FIGURA IN CAMPO

    Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva

    Il terapista della neuro e psicomotricità dell'età evolutiva è l'operatore sanitario che, in possesso della Laurea abilitante, svolge, in collaborazione con l'equipe multiprofessionale di neuropsichiatria infantile e in collaborazione con le altre discipline dell'area pediatrica, gli interventi di prevenzione, terapia e riabilitazione delle malattie neuropsichiatriche infantili, nelle aree della neuro-psicomotricità, della neuropsicologia e della psicopatologia dello sviluppo.

    Il terapista della neuro e psicomotricità dell'età evolutiva, in riferimento alle diagnosi e alle prescrizioni mediche, nell'ambito delle specifiche competenze:

    a) adatta gli interventi terapeutici alle peculiari caratteristiche dei pazienti in età evolutiva con quadri clinici multiformi che si modificano nel tempo in relazione alle funzioni emergenti;

    b) individua ed elabora nell'équipe multiprofessionale, il programma di prevenzione, di terapia e riabilitazione volto al superamento dei bisogno di salute dei bambino con disabilità dello sviluppo;

    c) attua interventi terapeutici e riabilitativi nei disturbi percettivo motori, neurocognitivi e nei disturbi di simbolizzazione e di interazione del bambino fin dalla nascita;

    d) attua procedure rivolte all'inserimento dei soggetti portatori di disabilità e di handicap neuropsicomotorio e cognitivo; collabora all'interno dell'equipe multiprofessionale con gli operatori scolastici per l'attuazione della prevenzione, della diagnosi funzionale e del profilo dinamico funzionale del piano educativo individualizzato;

    e) svolge attività terapeutica per le disabilità neuropsicomotorie, psicomotorie e neuropsicologiche in età evolutiva utilizzando tecniche specifiche per fascia d'età e per

    singoli stadi di sviluppo;

    f) attua procedure di valutazione dell'interrelazione tra funzioni affettive, funzioni cognitive e funzioni motorie per ogni singolo disturbo neurologico. neuropsicologico e psicopatologico dell'età evolutiva;

    g) identifica il bisogno e realizza il bilancio diagnostico e terapeutico tra rappresentazione somatica e vissuto corporeo e tra potenzialità funzionali generali e relazione oggettuale;

    h) elabora e realizza il programma terapeutico che utilizza schemi e progetti neuromotori come atti mentali e come strumenti cognitivi e meta-cognitivi; utilizza altresì la dinamica corporea come integrazione delle funzioni mentali e delle relazioni interpersonali;

    i) verifica l'adozione di protesi e di ausili rispetto ai compensi neuropsicologici e al rischio psicopatologico;

    l) partecipa alla riabilitazione funzionale in tutte le patologie acute e croniche dell'infanzia;

    m) documenta le rispondenze della metodologia riabilitativa attuata secondo gli obiettivi di recupero funzionale e le caratteristiche proprie delle patologie che si modificano in rapporto allo sviluppo.


 

ALCUNI ESEMPI DI IMPUGNATURA SCORRETTA SIA CON LA MANO DESTRA CHE CON LA MANO SINISTRA (LATERALITA' NON ANCORA DEIFNITA)

BAMBINO ANNI  4,6 impugnatura da correggere.

 

 


 

IlL’IMPORTANZA DI INIZIARE LA TERAPIA PRECOCEMENTE

 

programma terapeutico deve iniziare il prima possibile, ai primi segnali che qualcosa non va, perchè prima il bambino riesce ad essere agganciato ed interattivo, prima comincerà ad apprendere e minori saranno i comportamenti disadattivi che egli svilupperà per affrontare le sue difficoltà.
Nonostante i migliori sforzi dei genitori, sovente è difficile portare un bambino in terapia. Spesso un genitore percepisce che qualcosa non va, ma viene deriso dai parenti e, talvolta, anche dagli operatori: “Tutti i bambini sono diversi… Aspetti a vedere cosa accadrà”. Tuttavia, i bambini con disturbi gravi non possono permettersi di aspettare, perché mesi o anni persi nell’attesa saranno difficilmente recuperabili.
Normalmente ci vogliono otto mesi da quando un genitore cerca aiuto fino all’inizio di una terapia intensiva. SONO TROPPI. Quando un bambino manifesta difficoltà della relazione e della comunicazione, la situazione dovrebbe essere valutata il prima possibile. Gli accertamenti dovrebbero iniziare entro pochi giorni e la terapia intensiva dovrebbe iniziare durante gli esami stessi. Solo in questo modo il processo di declino può fermarsi e il bambino può risparmiarsi mesi di ritardo dello sviluppo.
Il modo migliore per capire tempestivamente i problemi è avere pediatri, educatori e genitori che agiscano da sistema di “avviso di pericolo”. I pediatri sono in una posizione particolarmente strategica; essi sono vicini alle famiglie e hanno l’esperienza e la prospettiva di afferrare i problemi che i genitori possono non cogliere. Ad ogni visita di controllo i pediatri dovrebbero esaminare l’adeguatezza delle abilità evolutive raggiunte dal bambino, inclusi i pattern emozionali, cognitivi, linguistici, sensoriali e motori. Disturbi potenzialmente gravi potrebbero essere riconosciuti prima che ostacolino lo sviluppo del bambino.
Ad esempio, a 18 mesi un bambino dovrebbe essere in grado di impegnarsi in una relazione calorosa, di prendere l’iniziativa e di sostenere una comunicazione con l’altro, utilizzando gesti complessi per comunicare i propri desideri e bisogni. Se non riesce a fare tutte queste cose la valutazione e l’intervento dovrebbero essere immediati!

 

 


 

LA DISGRAFIA.

La disgrafia è un disturbo specifico dell'apprendimento che si manifesta come difficoltà a riprodurre sia i segni alfabetici sia quelli numerici. Essa riguarda, quindi, esclusivamente il grafismo e non le regole ortografiche e sintattiche (sebbene influisca negativamente anche su tali acquisizioni), a causa della frequente impossibilità di rilettura e di autocorrezione.

Come si manifesta la disgrafia e quali sono le caratteristiche di questa difficoltà relativa alla riproduzione dei grafemi?


• Posizione e prensione. II bambino che presenta disgrafia scrive in modo molto
irregolare, la sua mano scorre con fatica sul piano di scrittura e l'impugnatura è
spesso scorretta. Anche la posizione del corpo è, nella maggior parte dei casi,
inadeguata: il gomito non viene appoggiato sul tavolo ed il busto è
eccessivamente inclinato. E’ inoltre frequente il disimpegno dell'altra mano
nella sua funzione vicariante cosicché, anziché per tenere fermo il quaderno
evitandone spostamenti che interferiscono negativamente con la qualità della
produzione grafica, essa è utilizzata per giocherellare con il materiale presente
sul banco (gomma, penne, matite, ecc.).
• Orientamento nello spazio grafico. La capacità di utilizzare lo spazio a disposizione è, solitamente, molto ridotta; il bambino non possiede adeguati riferimenti per orientarsi, non rispetta i margini del foglio, lascia spazi irregolari tra i grafemi e tra le parole; non segue la linea di scrittura che procede in "salita" o in "discesa" rispetto al rigo.
• Pressione della mano sul foglio. La pressione della mano sul foglio non è adeguatamente regolata; talvolta è troppo forte, talvolta è troppo debole, in quanto è spesso presente una paratonia, cioè un'alterazione in eccesso o in difetto del tono muscolare. Sono, inoltre, frequenti sincinesie, cioè atti motori in eccesso o, comunque, non direttamente implicati nell'attività grafica.
• Direzione del gesto grafico. Sono frequenti le inversioni nella direzionalità del
gesto che si evidenziano sia nell'esecuzione dei singoli grafemi sia nella
scrittura autonoma, che a volte precede da destra verso sinistra.
• Produzioni e riproduzioni grafiche. II bambino disgrafico presenta difficoltà notevoli anche nella riproduzione grafica di figure geometriche; nel copiare un triangolo, ad esempio, tende a stondare gli angoli e a non eseguire una forma
adeguatamente chiusa. Anche il livello di sviluppo del disegno è spesso
inadeguato all'età; la riproduzione di oggetti o la copia di immagini è molto
globale ed i particolari risultano scarsamente differenziati.
• Esecuzione di copie. La copia di parole e di frasi è scorretta e ricorrenti sono le inversioni del gesto e gli errori dovuti a scarsa coordinazione oculomanuale, cioè alla difficoltà, sempre presente nei disgrafici, di seguire con lo sguardo il proprio gesto grafico. La copia dalla lavagna risulta inoltre ancor più complessa in quanto il bambino deve portare avanti più compiti contemporaneamente: distinzione della parola dallo sfondo, spostamento dello sguardo dalla lavagna al foglio per la riproduzione dei grafemi.
• Dimensione dei grafemi. Si evidenzia uno scarso rispetto delle dimensioni delle lettere; esse vengono riprodotte o troppo piccolo o troppo grandi e, frequentemente, in modo irregolare alternando microdimensioni a macrodimensioni.
• Fluidità del gesto. Abbiamo già detto che la mano non scorre adeguatamente sul foglio e che il bambino disgrafico riesce con difficoltà a seguire con lo sguardo la propria scrittura: ciò interferisce negativamente con la fluidità del gesto, dando origine a una legatura inadeguata tra le lettere.
• Ritmo di scrittura. Si evidenzia frequentemente un'alterazione del ritmo di scrittura; il bambino scrive con velocità eccessiva o con estrema lentezza, ma la sua mano esegue movimenti “a scatti”, senza armonia del gesto e con frequenti interruzioni.

Valutazione e trattamento psicomotorio dei prerequisiti per l’abilità alla lettura.

Nella valutazione e nel trattamento psicomotorio della disgrafia, la terapista indagherà e lavorerà su una serie di abilità necessarie per acquisire in maniera adeguata la letto – scrittura.

• Percezione
• Organizzazione spaziale
• Organizzazione temporale
• Integrazione spazio-temporale
• Orientamento destra-sinistra
• Conoscenza e rappresentazione dello schema corporeo
• Coordinazione motoria
• Dominanza laterale
• Memoria e attenzione

 

 


 

 

IL TRATTAMENTO DELLA DISGRAFIA

 

La disgrafia, ossia la cosiddetta "brutta scrittura" o "scrittura illeggibile" è un fenomeno in continuo aumento nelle scuole italiane e riguarda bambini della suola primaria fino a giovani adulti che frequentano l'Università.
Spesso i bambini e ragazzi disgrafici possiedono buone capacità di lettura e non sono affatto dislessici, come si tende a credere di solito.
La loro disgrafia deriva, talvolta, dal fatto di aver imparato a scrivere troppo presto, in un momento in cui le abilità specifiche per l'apprendimento della scrittura non erano giunte a piena maturazione (schema corporeo, organizzazione spaziale e temporale, coordinazione motoria, lateralità emisferica, …); qualche altra volta dal fatto che l'insegnamento del gesto grafico è stato troppo affrettato ed i bambini non sono riusciti ad imparare i movimenti corretti per riprodurre il modello scolastico di scrittura corsiva, alla scuola primaria; qualche altra volta dal fatto che i bambini possono attraversare momenti di disagio affettivo che rendono improvvisamente illeggibile ed oscura la loro scrittura.

In tutti questi casi, l'incapacità di produrre una scrittura chiara e leggibile determina una mancanza di autostima nei bambini e ragazzi che ne sono afflitti.
La disgrafia è vista come un problema che coinvolge non solo la scrittura, ma anche le altre abilità e può portare i disgrafici ad un atteggiamento di disimpegno ed autoesclusione rispetto a tutto ciò che propone la scuola.

Il bambino disgrafico ha bisogno di un intervento specialistico: è, infatti, difficile che il recupero effettuato in ambito scolastico possa da solo colmare le carenze e ridurre le difficoltà.

E’ senza dubbio molto utile poter lavorare inizialmente su tutti quei prerequisiti fondamentali per il corretto apprendimento (Parte propedeutica: percezione; organizzazione ed integrazione spaziale e temporale; conoscenza e rappresentazione dello schema corporeo; equilibrio e coordinazione motoria; lateralità; coordinazione visuomotoria). Solo successivamente il  nostro intervento potrà avvalersi di un insegnamento più specifico che riguardi l’impostazione dei grafemi e scrittura in stampato minuscolo ed in corsivo.

Ecco alcune immagini che evidenziano le difficoltà di scrittura di questi bambini:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

CENNI DI PSICOMOTRICITA’ NEL TRATTAMENTO DELLE PAZIENTI RETT.


Lo scopo della psicomotricità nella presa in carico delle bambine con sindrome di Rett è quello di migliorare la loro qualità di vita e ciò passa sicuramente attraverso una corretta relazione genitori/ professionisti.
Quali sono i principi di base dello sviluppo del bambino? Quali le tecniche e gli esercizi corrispondenti a ciascuna tappa evolutiva?
Prima di tutto è importante sottolineare qualche aspetto riguardante lo sviluppo del bambino. In particolare, è possibile basarsi sul suo sviluppo sensoriale: da esso, si costruiranno la presa in carico e l’intervento in ambito psicomotorio.
L'evoluzione del tono muscolare è legata alla maturazione neurologica. In particolare, essa risponde a due leggi di sviluppo:
• La legge cefalo caudale: il controllo motorio e posturale si sviluppa dall'alto verso il basso del corpo (il controllo del capo è anteriore alla posizione seduta). Esempio: dai tre mesi il bambino comincia a controllare la sua testa e poi impara a stare seduto. Quindi, i progressi nelle strutture e nelle funzioni cominciano dalla parte superiore del corpo per poi estendersi al tronco ed infine alle gambe;
• La legge prossimo-distale: il controllo dei segmenti muscolari avviene dall'asse vertebrale verso la periferia. Ciò significa che i muscoli più vicini alla colonna vertebrale sono i primi ad essere oggetto di controllo della volontà (è prima utilizzata la spalla, poi il braccio ed infine la mano).
Queste due leggi sono, poi, regolate dalla legge della differenziazione: la motricità globale si affina e si differenzia in attività sempre più localizzate, fini ed adattate. Questa cronologia deve essere rispettata nel momento in cui proponiamo attività alle bambine con sindrome di Rett.
Ciò implica una scelta d’esercizi che di volta in volta mantengano gli stadi acquisiti e contribuiscano a passare agli stadi successivi nel controllo posturale.
Tutti gli esercizi di psicomotricità si basano su queste due importanti leggi: per arrivare a far prendere degli oggetti al bambino, occorre prima lavorare bene sugli esercizi delle spalle, poi su quelli del corpo.
Lavorando con le bambine con sindrome di Rett, ed in generale con bambini con pluridisabilità, occorre mettersi di fianco, perchè essi utilizzano principalmente il campo visivo periferico e non il campo visivo di faccia. E’ molto importante comprendere come posizionare il bambino in modo tale che possa recepire gli stimoli provenienti dall’ambiente circostante.
L'approccio sensorio-motorio, così come e stato descritto da Andreé Bullinger, può essere considerato come la base della psicomotricità. Il suo apporto si situa a livello degli aspetti sensoriali e motori nelle loro funzioni arcaiche di allerta, di orientamento e di rimessa in forma del corpo, rendendo possibile la condotta di manipolazione, ciò in una prospettiva strumentale.
Le condotte senso-motorie sono sempre presenti nel comportamento umano. "II loro posto e la loro importanza variano seguendo le tappe nelle quali il soggetto è impegnato" (A. Bullinger).
Le interazioni tra l'organismo ed il suo ambiente consentono la costruzione di un insieme di rappresentazioni molto importanti. I flussi sensoriali (tattili, olfattivo-gustativi, sonori, visivi) sono uno dei materiali privilegiati che alimentano l'attività fisica dell'individuo.
Lo stato tonico e posturale va a modularsi seguendo i flussi percepiti. Le interazioni tra gli stati tonici, posturali e le dimensioni emotive suscitate permettono che si crei un equilibrio sensorio-tonico, detto piattaforma sensorio-tonica (H. Wallon), a partire dalla quale sono possibili delle azioni strumentali. Tale attività tonica di prima rappresentazione senso-motoria non può svolgersi se non c'e un equilibrio sensorio-tonico. Un tono troppo elevato blocca l'organismo o provoca scariche toniche, al contrario un tono troppo basso non permette la mobilitazione.
Nel corso dello sviluppo, gli oggetti di conoscenza ai quali il bambino accede ci permettono di reperire nelle diverse fasi di questo sviluppo, dei problemi che possono provocare loro e delle acquisizioni scorrette.

 


 

 

IL GIOCO

“I giochi dei bambini non sono giochi, e bisogna considerarli come le loro azioni più serie”.
Michel Eyquem de Montaigne


Lo strumento per eccellenza del terapista della neuro e psicomotricità è il gioco;  Perchè il gioco può avere un ruolo terapeutico?

E’ il mezzo più naturale per esprimere se stessi, fare esperienze ed apprendere.

E’ il setting più familiare per il bambino che si sente a  suo agio.

E’ un mezzo per facilitare la comunicazione e l’espressione.

Ha un ruolo catartico per elaborare sentimenti di frustrazione, ansia, ecc.

Consente all’adulto di comprendere il mondo del bambino.

Facilita la  relazione adulto-bambino.

Attiva affetti profondi.

Numerose sono infatti le funzioni del gioco in età evolutiva:

BIOLOGICHE

Apprendimento di capacità di base.

Stimolo all’attività motoria.

Rilassamento-scarico di energia.

PERSONALI

Desiderio di fare.

Padroneggiare le situazioni.

Esplorare.

Sviluppare conoscenze sul funzionamento della mente, del corpo e del mondo.

Sviluppare le capacità cognitive.

Dominare i conflitti.

Attività simbolica.

INTERPERSONALI

Sviluppo di attività sociali.

Processi di separazione-individuazione. Ruolo di distrazione in caso di assenza di altri con capacità di controllare l’ansia di separazione.

SOCIO-CULTURALI

Desiderio di imitare i ruoli dell’adulto.

 


L’APPROCCIO PSICOMOTORIO PER LA MOTIVAZIONE AD APPRENDERE

Parlando di apprendimento spesso si tende a sottovalutare la componente motivazionale e questo principalmente perché è di solito considerata una variabile sulla quale non è possibile intervenire. La tendenza è allora quella di constatare semplicemente la presenza o l'assenza della motivazione senza considerare che in realtà costituisce un elemento indispensabile del successo scolastico/lavorativo (Schunk, 1989; 1991).

 

Da sottolineare allora l'importanza di ottenere il maggior numero di informazioni possibili sullo stile attributivo, ovvero la percezione che il bambino ha della causa che ha determinato il suo successo/insuccesso, cercando di individuare i casi potenzialmente a rischio.

Gli stili attribuitivi sono:

1. lo stile impegno strategico: il bambino attribuisce la causa del suo successo all'impegno applicato nell'attività svolta (Esempio: “Ho preso 9 a matematica perché ho studiato tanto”); l'insuccesso è attribuito invece alla mancanza di impegno (Esempio: “La verifica di storia è andata male perché non ho studiato abbastanza”). Il successo è quindi fonte di soddisfazione, nuova motivazione e conferma l'efficacia delle strategie; l'insuccesso determina invece senso di colpa e stimola a modificare le strategie.

2. lo stile abile: il bambino riconduce successi ed insuccessi alla presenza o meno di attitudini personali (Esempio 1: “Ho fatto goal perché sono un asso del pallone”. Esempio 2: “Non parlo inglese perché non sono portato per lo studio delle lingue straniere”). Tende a confrontarsi quasi esclusivamente con attività che confermano le proprie abilità; il fallimento infatti metterebbe notevolmente in discussione l'opinione che il bambino ha delle proprie capacità.

3. lo stile pedina: successi ed insuccessi sono ricondotti a cause esterne (Esempio 1: “Ho vinto la gara di nuoto perché gli altri erano delle schiappe”. Esempio 2: “Ho perso a forza quattro perché ho dormito poco ieri sera”). Viene profuso scarso impegno in qualsiasi attività: le strategie e lo sforzo personale non vengono ritenuti criteri rilevanti per giudicare il proprio operato, che dipende piuttosto dal caso e dall'intervento di terzi.

4. lo stile depresso: il bambino ritiene che il suo successo sia attribuibile a cause esterne (Esempio: “Ho fatto goal perché il portiere non è stato bravo a parare la palla”) mentre l'insuccesso a mancanza di abilità (Esempio: “Non vinco mai a carte perché non sono bravo in questo gioco”). Cercherà quindi di evitare le situazioni in cui sarà valutato poiché ha scarse aspettative di riuscita e spesso si mostra rinunciatario e sfiduciato.

5. Lo stile negatore: i successi vengono in questo caso attribuiti al possesso di abilità (Esempio: “Ho ricevuto un bel voto nella verifica di matematica perché sono un genio con i numeri”) mentre gli insuccessi a cause esterne (Esempi: “La verifica di inglese è andata male perché la maestra è stata troppo pignola nella correzione”). Il bambino non riconosce l'impegno come variabile rilevante quindi non si impegna nella ricerca di strategie alternative, il suo scopo è quello di evitare l'insuccesso.

Lo stile strategico sottende la consapevolezza da parte del bambino delle sue abilità, capacità e limiti per questo è lo stile motivazionale più funzionale a cui aspirare. Il bambino che adotta questo tipo di stile ha infatti maggiore possibilità di trovare soluzioni efficaci alla risoluzione di qualsiasi tipo di problema, senza scoraggiarsi o trovarsi in difficoltà davanti a compiti nuovi, dove la frustrazione dovuta all’insuccesso porta a comportamenti adattivi e di modifica invece che di cristallizzazione.

L’approccio psicomotorio è uno strumento operativo fondamentale nell’età evolutiva poiché è lo spazio di sperimentazione per eccellenza. Il bambino nella stanza di psicomotricità, in uno spazio, un tempo  e una relazione a lui dedicata, affronta prestazioni anche elevate, vive il successo e l’insuccesso in un clima relazionale ed emotivo protetto. Analizza insieme al terapista i sui confini, i suoi limiti, le sue aspirazioni.

Per questo un intervento psicomotorio, mirato e il più possibile precoce, nei casi potenzialmente a rischio, può essere utile per favorire la motivazione funzionale nel bambino e guidarlo per raggiungere un grado di consapevolezza maggiore e adottare l’analisi delle strategie più efficaci nella risoluzione dei problemi.

Un atteggiamento più efficace davanti allo svolgimento di un compito sarà sicuramente di grande aiuto al bambino sia nell'età dello sviluppo che successivamente nell'età adulta, avendo risvolti positivi sia nell'ambito scolastico che lavorativo.

 

 

Bibliografia

Ghillani, Magnani, Riccò, Rosetti (2012)“Il contributo psicomotorio nell’individuazione della motivazione ad apprendere in bambini di 5 anni” Rivista psicomotricità vol.16, pp.34-42

Ravazzolo, De beni, Moè (2005) “Stili attributivi motivazionali. Percorsi per migliorare la capacità di apprendimento in bambini dai 4 agli 11 anni” Trento, Erickson

 

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